Il narcisista

Mi vedo con Lucio, vicino a via dei Santissimi Apostoli. Fa freddo. Andiamo a un Mac. Luogo che detesto, penso che porti sfortuna in amore, o almeno così dicono, soprattutto per chi ci lavora. Lui mi vuole baciare subito, io no. Non lo voglio baciare proprio. Non lo voglio baciare più. Lucio è un narcisista con gli occhi verdi e i capelli neri.

Insiste.

Mi giro dall’altra parte. “Perché oggi non mi guardi il sedere? Dici sempre che è da quello che si vede l’anima”, lo provoco. Ma è vero che lo dice.

Mi tocca la spalla per farmi voltare. Non esiste, mi sono rotta le scatole, anche di lui. Sono un pezzetto per lui, un pezzetto di corpo e basta, lo intriga il fatto che io sia bipolare, così lui si sente meno strano di me, mi manipola bene grazie al mio istrionismo, mi fa sentire inferiore quando non legge le mie poesie, che saranno anche stupidaggini ma sono comunque parti di me, della mia anima vera, si fa riverire a casa mia come se fosse un sultano e poi, da sultano, quando esce osserva la merce migliore sul mercato. Il narcisista.

Non sono roba vostra

Sabrina durante la prima notte del ricovero nella nuova clinica fece un sogno sconvolgente.

I genitori di Sabrina/Maddalena la guardavano con affetto, all’inizio, la cullavano appena nata come se fossero stati San Giuseppe e la Madonna, ma poi si trasformavano nei suoi genitori veri.

“Dove te ne vai a predicare, Maddalena?”

Lo sai che se Gesù ti lascia finisci crocifissa a testa in giù?“.

Specchi riflettevano i piedi sporchi dei due genitori e le loro mani rugose volevano afferrare quelle giovani di Sabrina.

“Voglio andare! Lasciatemi andare da Gesù!

Sabrina correva come dentro le sabbie mobili.

“Non potete tenermi con voi! Non sono roba vostra, lo volete capire? Io ormai sono di Dio”

Sua madre scoppiava in una grossa risata e suo padre le tirava un ceffone.

Si poteva prendere cura di lei

“Sarò la tua preferita come Maddalena lo fu di Cristo”, gli aveva detto al telefono la sera prima del ricovero. Come aveva fatto a non capire quel segnale? Ma a lei, Sabrina, piaceva a volte giocare con le storie delle reincarnazioni anche nei momenti di normalità, per questo Guido non aveva preso la frase come un indizio di ipomania.

E poi, in fondo a lui non spaventavano le sue crisi (spaventavano più lei che lui): sapeva che si potevano gestire e che ogni volta sarebbe tornata ‘normale’ come prima, anzi, meglio di prima. Sabrina era la donna che lo aveva intrigato di più in tutta la sua esistenza.

La amava anche perché era una mezza pazza, perché la vedeva debole e si poteva prendere cura di lei, perché i difetti delle persone amate non sono più difetti: fanno parte di loro e neanche Guido si era mai sentito troppo ‘normale’, sempre incompreso.

“Io sono più strano di te” le aveva detto quella volta, durante il ricovero precedente, come a rassicurarla, uscendo dalla sua stanza dopo una visita.

Qualcuno ci avrebbe chiacchierato sopra

Lui che era riuscito a curare pazienti di cui fondamentalmente non gli importava niente a livello relazionale, si trovava sconfitto con la donna che amava chiusa in un’altra clinica psichiatrica per colpa sua. Si dava ancora la colpa per averle fatto una proposta così grande e importante senza averla preparata prima e dopo un periodo delicato come quello che c’era stato in precedenza.

Ma dopo quella crisi, il loro amore sarebbe uscito finalmente allo scoperto, si disse. Uno psichiatra sarebbe stato “ufficialmente” il compagno di una bipolare sua ex paziente. Conclusa la loro relazione terapeutica era perfettamente legale. Qualcuno ci avrebbe chiacchierato sopra, ma la cosa non interessava davvero a nessuno, soprattutto a loro due e alle famiglie. C’è sempre qualcuno che chiacchiera su qualcosa.

“Siete un insieme di stronzi normali”

Una volta a casa, accese il suo sigaro e si immaginò delle scene nella testa.

Erano a casa sua, lui e Sabrina, con quei mobili piuttosto antichi e i libri e i quadri appesi. “Sabrina, non vedi quanto amore ti ho dato? Quanto in più te ne potevo dare?”

Io non dovevo essere ricoverata a Psichiatria per la quarta volta

“Lo so ma…”

“Io non dovevo essere ricoverata mai!”

E piangeva.

“Siete un insieme di stronzi normali e vi piace etichettarci e ghettizzarci eh?”

“Ma come ghettizzarvi? Ti ho portato a casa mia! Ricominceremo tutto insieme, vedrai”

“Grazie! Scusa! Grazie! Scusa! Scusa!” e lo riempì di baci. Questo avveniva nella testa dello psichiatra. Era stanco, ferito e innamorato.


“Non faccio più la Maddalena, te lo prometto”

Alcuni infermieri la prendevano in giro. La Porta provava una grande rabbia quando succedeva e a volte rispondeva a tono e li rimproverava.

A ogni modo era una situazione complicata, sia per lei che per lui. Lei a volte si rivolgeva con rabbia verso il suo psichiatra, altre volte piangendo lo implorava di prenderle la mano “come la prima volta”.

“Non faccio più la Maddalena, te lo prometto, faccio Sabrina, va bene?”. Glielo disse dopo la prima settimana, e Guido di nascosto le baciò la mano.

Rimase lì solo nove giorni perché lo psichiatra si accorse che la sua presenza in quel momento contribuiva ad accendere il suo stato ‘sovreccitato’ ed era rischioso anche per lui, così decise di farla ricoverare in un’altra struttura privata, dove si veniva trattati comunque in maniera cristiana e soprattutto dove non c’era lui ad agitarla emotivamente, non volendolo.

Ogni volta che una bipolare si innamora

All’ospedale pubblico l’avevano legata per non doverla sorvegliare di notte, per il rischio che cadesse dal letto, con tutti i calmanti che le avevano dato. Ma qui la trattarono con i guanti.

La imbottirono di un antipsicotico, di stabilizzanti dell’umore e di un ipnotico per il sonno.

I giorni successivi furono difficili da gestire, perché Sabrina, che stava rinsavendo, diceva “Amore mio” ogni volta che vedeva passare il dottor La Porta, ma gli psichiatri sono abituati a queste cose e non ci fanno caso: ogni volta che una bipolare si innamora pensano che sia a senso unico, una fantasia della sua mente pazza.

Guido, invece, si divertiva quasi: lei stava meglio ma era ancora un po’ “sopra le righe”, si sentiva più allegra del solito, quindi faceva ridere.

Le reincarnazioni

Capisco la tua rabbia, io ammetto i miei sbagli e ti chiedo scusa se ti ho illuso o ferito in qualche modo. Siamo umani anche noi psichiatri, anche se non si direbbe, abbiamo i nostri pregi e difetti e non siamo sempre perfettamente coscienti dei messaggi che i pazienti possano ricevere da noi.

Scusami se ho aspettato a risponderti ma è stato un periodo d’inferno, in clinica.

Questo è il mio cellulare per chiamarmi e prendere appuntamento per la prima seduta. Ricomincio a lavorare l’ultima settimana di agosto: 320********

dottor Guido La Porta

Guido capì che aveva fallito. Cercò di fare tutto il possibile per lei, mettendola in camera con la donna più tranquilla del reparto e standole spesso vicino, senza che nessuno si accorgesse di niente, prendendole la mano come la prima volta e accarezzandogliela con cura.

Gesù!”, disse lei quando lo vide, “Giulio Cesare, Bob Kennedy” e lo voleva abbracciare. Era ancora in uno stato semi-confusionale. Sfoggiò tutto il suo repertorio di reincarnazioni al maschile, mettendoci in mezzo anche quell’anarchico, Pinelli, che somigliava tanto allo psichiatra vicino a Guido. Avrebbe trovato anche lui qualche santa, in clinica, forse proprio santa Rita, e se lo sarebbe sposato. La sedarono.


In “Diario di una segreta simmetria” si narra del rapporto terapeutico di Jung con Sabina Špil’rejn.

Una situazione che portò Freud col suo intervento a perfezionare la nozione di controtransfert.

Ornella Spagnulo, sulla falsariga della storia resa pubblica da Aldo Carotenuto, ambienta nei nostri giorni il conflitto interiore di Sabrina/Maddalena con il suo psichiatra. Un lavoro, “Maddalena bipolare”, che aggiunge all’originale una sottile vena poetica di sottofondo nella narrazione.

Così scrive lo psicoanalista Attilio De Angelis, Roma.

La struttura ospedaliera

La struttura ospedaliera era in condizioni pessime. Cicche buttate dappertutto – anche per terra -, scritte sui muri, intonaco scrostato, una cyclette che funzionava a malapena e potevi anche fartici male, e poi, per l’ora d’aria, un cortile interno circondato da palazzoni in stile caserma. Gli infermieri spesso ti prendevano in giro, con quei vocioni da rozzi ignoranti. Non l’avevano scelto loro di finire in Psichiatria, per questo, forse, si sentivano parzialmente scusati per come trattavano i malati.

Dopo pochi giorni, quando le acque si erano leggermente calmate, la portarono nella clinica privata dove era già stata ricoverata quell’estate, che non accoglieva le emergenze ma aiutava il recupero del paziente.

Stavolta c’era proprio lui ad accoglierla – il primario più giovane d’Italia, che l’aveva già conosciuta, e bene – e gli scivolò una lacrima. Si diede colpe che non aveva, o che aveva solo in parte… non poteva immaginare di averla portata a una crisi con il suo comportamento. Le aveva appena chiesto di andare a vivere insieme, una settimana prima.

20/7/2019

19:34

Gentile Sabrina, non ti ho risposto prima perché volevo riflettere e soprattutto scansare via ogni possibile maldicenza qui in clinica. Ma voglio curarti io, dopo l’estate, forse ci sono stati dei fraintendimenti dovuti alla “convivenza” all’interno della clinica ma sento di poterti prendere in cura da me in studio, se vuoi.

Ricominceremo tutto dall’inizio.

Vicino a te mi sentirei sempre pazza

Sai qual è la verità? Che io vicino a te mi sentirei sempre pazza. E lo so che mi ci sento anche vicino all’ultimo cretino sulla faccia della terra, ma tu sei diverso, tu sei tutto, sei un genio e io non voglio rischiare di perderti mai, per questo è meglio non iniziare più.

Dovrei credere a uno che mi fa tribolare per un mese sparendo del tutto e poi ricompare come se io non avessi tutti i problemi che io ho, e che tu sai benissimo? In che condizioni mi trovavo quando ti ho scritto, telefonato, aspettato sotto lo studio, con il sole e con la pioggia? Io mi devo tutelare. È stato bello parlare con te, conoscerti.

Chissà, nell’altra vita.

Punto. E basta.

Ciao,

Sabrina*”.

Lo stress per l’euforia della proposta di convivenza di Guido fu troppo forte e Sabrina prese a un certo punto ad avere difficoltà a dormire. Era l’inizio di gennaio. Sabrina soffriva molto per le separazioni in generale, ma anche i sogni realizzati potevano destabilizzarla. E in quel periodo era troppo euforica: parlava velocemente, si entusiasmava per tutto. Così, i genitori vedendola di nuovo fuori dalle righe, non più “Sabrina” ma di nuovo “Maddalena”, “Cleopatra” etc., la portarono al Pronto Soccorso e fu ricoverata al reparto Diagnosi e cura.

Crea il tuo sito web su WordPress.com
Crea il tuo sito