Ecco come prosegue la lettera di addio

No, non sei stato cattivo, tu, sei stato solo indifferente (inesistente oserei dire) per troppi giorni. Ci dovevi pensare prima. Lei o l’orgoglio? Hai scelto, ti sei dato un mese per rispondere tutti i giorni la stessa cosa, hai scelto bene, tieniti il tuo lavoro, hai uno studio privato, no? Hai la clinica, sei un primario, così giovane: sei un genio. Questo ti dà molto orgoglio. Ma fai attenzione con le donne: i sorrisi sono tesori e possono diventare pericolosi, quando se ne fanno troppi. Fai attenzione, tu, psichiatra “bello”, alle donne, perché il camice fa un certo effetto, e pure sulle sposate. L’ho visto come ti guardano. Le potresti scombussolare.

Certo, magari sotto quel camice c’è solo egoismo. Non ho detto che è il tuo caso. Non lo è – ma ti fa piacere “piacere”? -.

Questo è il consiglio che sento di darti per la tua lunga, futura carriera di psichiatra e di persona: pensa sempre alle anime con cui stai parlando, senza cercare di sedurle ma tentando di correggerle. E mantieni un distacco, perché la bellezza non è un crimine, ma è come si usa che può essere fatale, e in discoteca è un discorso, in ospedale un altro. Illudere inutilmente a ripetizione non è un bel progetto di vita. Ma forse non è nemmeno il tuo. Forse tu ci credevi e l’hai fatto solo con me.

Poi, tutt’a un tratto: la felicità. Ma è così che si fa? Ti sei rimangiato tutto e mi hai invitato a vivere da te. Posso sostenere io tutto l’amore che tu mi vorresti dare? Io non ne sono capace, dottore. O non nel modo in cui vuoi farlo tu. Prima il nulla, poi tutto, senza regole, senza scalini, così, come in un salto nel buio. Io non volevo stare male di nuovo, ma non facevo che pensarti anche di notte e tu, che sei uno psichiatra, tu potresti avere ricevuto qualche segnale, se fossi stato più imparziale ma lo so… a me le attivazioni partono dal giorno alla notte, e le nascondo anche parecchio bene.

Per il dottor Guido La Porta

Oggetto: LETTERA PRIVATA

Mar 30/05/2019

11:15

Per il dottor Guido La Porta

Caro Guido, il tempo, per noi, è scaduto. Non sai come sono stata questi ultimi due mesi, anzi lo sai. Prima, con tutte le email che ti ho mandato sbattevo la testa ovunque, ti aspettavo sotto lo studio, cadevo per terra perché mi mancava l’equilibrio, non avevo più nessuna stabilità, nessuna risposta, nemmeno un “Ciao-scusami-ti-rispondo-dopo” o “domani” o “mai” o anche “tra un mese”: solo due parole o tre da te che te ne fuggivi a lavorare. Il tuo lavoro: il tuo sacro tesoro oltre il quale non c’è niente. Non c’ero – non ci sono più, non ci sarò più – nemmeno io.

In un mese, per te, mi sarei anche potuta suicidare. Io sono bipolare, ricordatelo. Ecco, “mai” è il nostro tempo. Il tuo problema è sempre stato che non mi hai mai trattato come una malata, come una paziente, ma io lo sono: sono più sensibile degli altri, sono bipolare e istrionica, questo lo sai. Te lo ricordi? Non c’eri anche tu mentre mi sputavano addosso queste sentenze?

Avresti potuto trattarmi con più delicatezza, sapendolo. Avevo sempre avuto il chiodo fisso di fidanzarmi con uno psichiatra, come una sorta di assicurazione sulla mia salute psichica, invece hai fatto più danni tu del mio ex fidanzato… Sì, il mio ex fidanzato, il pittore, era più presente di te, mi dava più stabilità.

Se a una cosa mi è servito questo altro ennesimo e stupido ricovero è stato capire che devo andarmene da te e da lui, e contare solo su me stessa, o più in generale scappare da chi non capisce come sono e mi mette con le spalle al muro, anche se il momento prima mi aveva definito una principessa, che non capisce che i miei problemi esistono e vanno accarezzati, coccolati, rieducati, non trascurati, né esaltati, semplicemente osservati, prevenuti, come quando si osserva il mare per capire quando è calmo e ci si può bagnare, o quando è più agitato e allora è meglio restare in spiaggia al sole.

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